giovedì 10 novembre 2005

Last Days Of Turin










mercoledì 29 giugno 2005

changing

tante, troppe cose da scrivere in un post solo.
2 settimane di assenza per trovarsi mille novità, un esaurimento nervoso da record, la morte e la risurrezione, la cancellazione di 7 anni di incubi, e la nascita di altri nuovi e ancora più inquietanti.

2 settimane segnate essenzialmente dalla morte e dalla vita, che si sono alternate ad un ritmo così frenetico che in alcuni momenti mi era così difficile discernerle. la luce ha illuminato il buio, e nello stesso tempo il buio l'ha oscurata, ma non è la penombra che mi ha fatto compagnia, non c'è mai stato spazio per la luce soffusa in questi giorni.
il sole accecante delle 3 si è alternato senza soluzione di continuità all'oscurità di un bosco di notte.

l'occhio si può abiutare a qualsiasi situazione, basta che essa rimanga un minimo stabile, ahimè l'alternanza non permette all'occhio di abituarsi a nulla, e di conseguenza non so dire cosa mi è successo attorno in questi 15 giorni, solo l'olfatto mi è stato amico, unico senso a reggere in quel blackout neurale.
l'odore acre è stato compagno, pungente come filo spinato, e rancido come zolfo, se per gli occhi la morte pareva tornare a vita, l'olfatto non mentiva, la vita era solo uno stato di modificazione della morte.

lei, agli occhi sembrava scura ma candida, con quei tratti neri, e quelle pennellate di viola. l'andatura decisa, mai altalenante, sembrava lontana dalla morte, il solo odore non mutava, la morte la copriva, la avvolgeva e a suo modo la faceva schiava senza catene del mio blackout.

avrei voluto aprirle spaccarle rimuoverle.
non l'ho fatto...

ho visto la morte passare, le ho chiesto un passaggio mentre andava via, le ho implorato di raccogliere le mie spoglia, con i pugni ho cercato di aprirmi un varco, e col pianto di oliare la serratura.

non mi ha voluto,
neanche lei.

ora tocca ricominciare, ora si riparte nuovamente, senza una meta, senza un sogno.

mentre la vedevo andare via, l'ho insultata, le ho urlato di fermarsi, non l'ha fatto...

and then, everything starts again, without a way to go, or a way to come back...

just travel, like 10 years ago... just travel

sabato 11 giugno 2005

per chi sei



ieri avevo facce, scure come pece
oggi è tempo di ballare sulle mie miserie nere
perché non c'è tempo e non c'è più spazio
per le mie lune cattive
che rovinano le sere

tu puoi anche ridere se vuoi
ho impiegato dieci anni ormai
per capire che se voglio averti e vivere con te
devo mettere da parte, i sospetti e volerti
per chi sei

il mio amore è forte e non ha paura
prima lento, macchinoso
mentre adesso prende il volo
so che tu fai, mille progetti
e anche se non ci sei
non mi vuoi perdere

tu puoi anche ridere se vuoi
ho impiegato dieci anni ormai
per capire che se voglio averti e vivere con te
devo mettere da parte, i sospetti e volerti
per chi sei

up to nowhere



questo è solo il primo
dei dodici dolori inevitabili

se solo tu sapessi,
dove tutto questo ci porterà
e se io avessi in mano,
le chiavi dei grandi sogni.

se fossi forte,
saprei come conquistarti
se non avessi paura
non farei fatica ad apparirti un sogno

il destino prende e porta
con sè petali di un fiore
che mai si è aperto realmente

e dentro il bozzolo
la giovane falena,
si dimena per trovare l'ossigeno che le spetta

l'interstatale 55 non porta a Denver,
e l'autista lo sa, e la percorre
di notte
convinto che lui la cambierà

così l'onda,
si scaglia contro gli scogli
per abbracciare l'amata montagna
distante decine di miglia

l'aquila morde la donnola
la donnola la morde a sua volta
volano su verso il nulla
la donnola si tiene aggrappata
insieme, per sempre

mercoledì 8 giugno 2005

la distanza



quando tanti mesi or sono, ascoltai questo demo, uscito dagli studi dei northpole, le liriche di questo testo scritto con maestria da paolo mi sembrarono solo "delle belle parole" mai avrei pensato che a distanza di tempo, avrebbero raccontato con così tanta precisione i miei sentimenti.


tu, tu riesci a dire
tutto quello che voglio sentire
tutto quello che mi fa morire
tu, mi fai tremare
come in bilico
su di un filo statico
tu, sai sentire,
i miei mille respiri
anche se siamo a chilometri

e allora portami al mare
anche a dicembre se ti pare
e allora fammi sentire
tutto quello che hai da dire
e allora portami a ballare
fammi sentire quale musica ti piace ascoltare

tu, che non mi vedi
perché decidi che non ti conviene
che la distanza alla fine fa bene,
tu, sai guardare
come cicala, come se fossi l'unica cosa
come se fossimo un'unica cosa

e allora portami al mare
anche a dicembre se ti pare
e allora fammi sentire
tutto quello che hai da dire
e allora portami a ballare
fammi sentire quale musica ti piace ascoltare

lunedì 9 maggio 2005

cursed numbers



4 - 8 - 15 -16 - 23 - 42
4 - 8 - 15 -16 - 23 - 42
4 - 8 - 15 -16 - 23 - 42
4 - 8 - 15 -16 - 23 - 42
4 - 8 - 15 -16 - 23 - 42
4 - 8 - 15 -16 - 23 - 42
4 - 8 - 15 -16 - 23 - 42


04 04 04 04 04 04
08 08 08 08 08 08
15 15 15 15 15 15

16 16 16 16 16 16

23 23 23 23 23 23

42 42 42 42 42 42

martedì 3 maggio 2005

heroes



questo è uno di quei giorni che non sono mai riuscito a raccontare con parole mie, perché mi sento tanto piccolo di fronte alla grandezza dei fatti per poterne parlare, e credo che la loro memoria, sia talmente forte da andare oltre ogni mia vana parola.

lascio a testimonianza di quel 4 maggio 1949 ciò che scrisse Giorgio Fattori, allora giornalista alla gazzetta dello sport, insiema alle bellissime parole del suo collega indro montanelli "non sono morti, sono solo andati in trasferta"

Torino, Arrivò un piccolo ragazzo in bicicletta, frenò dolcemente sull'asfalto vischioso di pioggia, sollevò il cappuccio grondante dell'impermeabile. Disse a una guardia: "Ho questi fiori e mi hanno detto di darli a loro." La pioggia si schiacciava silenziosa sull'asfalto, sul marciapiede di terra battuta, lavava a raffiche improvvise e nervose il cancello del cimitero. Di là c'era una finestra illuminata, una luce giallastra e insinuante che lustrava con attenzione le giberne lucide dei soldati e si allargava sulla strada. Il ragazzetto guardò un attimo in alto, verso la finestra, poi voltò gli occhi e ancora tese i fiori: "A loro, mi hanno detto di darli.". I soldati avevano il viso di pietra e non parlavano. Ogni tanto dal loro silenzio si alzava stancamente un meccanico "circolate" e la folla, con sollecitudine rispettosa, si faceva più da parte, nell'ansia di disturbare. C'era quella finestra accesa al di là del cancello ed era un taglio al cuore di chi stava a guardare. E quella luce giallastra che si impastava di pioggia, i visi opachi della gente e le giberne dei soldati di guardia. Il ragazzetto appoggiò i fiori al cancello con delicata cautela e il cellofane frusciò dolcemente. Poi risalì in bicicletta e si allontanò nel gran piovere: i fiori erano rimasti a pregare per lui e per i suoi amici più grandi; più tardi, quando la luce di quella finestra si sarebbe velata e affievolita nelle ombre pietose del raccoglimento, il ragazzo aveva capito che glieli avrebbero dati. Fu una notte che nessuno ebbe sonno, a Torino, e la gente si raggruppava paziente come in attesa di una favolosa notizia, gente intimidita al pensiero di ritrovare nella solitudine della propria casa il desolato stupore delle disgrazie. Insieme l' assurdo era più tollerabile , e insieme guardavano il cielo tetro a pioggia, si avviavano fino alla morgue, ascoltavano il giorno che veniva su a fatica a dire che tutto era finito. Perchè soltanto di giorno avrebbero saputo che erano morti, quando la luce di quella finestra non si sarebbe più dilatata sulla pelle lucida e nera della strada, e l'incantesimo piovigginoso delle lunghe ore di buio si sarebbe diradato. Per ora non c'era che la stupefazione atroce e smarrita del primo momento. Il dolore sarebbe venuto dopo, il dolore non ha mai fretta di venire. Nelle vie, la folla aspettava, e non sapeva bene cosa. Ogni tanto l'arrivo di qualcuno, il guizzar nevrastenico e breve di una notizia falsaria, e le folli notizie che fioriscono chissà come dai rottami della disgrazia, davano un trasalimento, un' emozione nuova. Quando molti videro Pozzo, gli furono attorno: il vecchio generale degli azzurri; erano venuti a prenderlo in automobile per condurlo all'ultima, più amara rassegna dei suoi ragazzi. Vittorio Pozzo parlava con voce chiara e staccata, soltanto nei suoi occhi brillava una fissa e misteriosa inquietudine: "Mi hanno detto di andare per tentare di riconoscerli, e come potrei non riconoscerli, i miei ragazzi che ho cresciuti uno per uno?". E pioveva. "Facciamo presto - diceva Pozzo - facciamo presto.". Di tutti coloro designati al riconoscimento era o pareva quello meno costernato all'idea dello strazio di un confronto dove la pietà e la commozione devono essere rigidamente compresse da una giusta burocrazia giuridica. La luce giallastra che si appoggiava lugubre al davanzale della finestra dell'obitorio e si aggrappava alle inferriate del cancello, curiosa e maligna di vedere, non aveva sbigottito gli echi netti e sonori della voce del vecchio generale. Ancora una volta con i suoi azzurri, come a Londra, a Parigi, a Praga, Pozzo entrò deciso ed eretto, non ebbe orrori od incertezze, un padre non ha mai paura di andare dai suoi figli nè di guardarli sul viso. Ad uno ad uno li avrebbe guardati, con attenzione lunga e amorosa, ecco Valentino, e Valerio, e Virgilio, hanno tutti un gran sonno e il vecchio Pozzo li chiama con voce lieve e sottile. Dieci e dieci volte nelle silenziose camerate alla vigilia delle grandi partite, li ha visitati così, in silenzio, ed ha toccato con le mani leggere le loro coperte, e poi è rimasto un poco a pensare e a sognare. Tutti insieme, anche adesso. China la vecchia testa su di loro e ad uno ad uno li chiama: Valentino, Valerio, Virgilio... Ma piano, perchè hanno una grande stanchezza e il sonno è la loro sterminata vacanza.